Covid: i pericoli del tuttobenismo

Da quando è nata l’emergenza Covid 19 uno degli hashtag più utilizzati è #andràtuttobene. L’auspicio, però, non può essere confuso con il “tuttobenismo”: un modo di agire, pensare, comunicare che da quando siamo entrati in questo incubo sta governando le scelte editoriali di buona parte di giornali e televisioni, la politica – soprattutto in alcune Regioni – e il pressing di imprenditori e industriali. E’ incomprensibile, a mio avviso, la miopia dei quotidiani che – da settimane – titolano come se tutto fosse alle spalle. Prendiamo La Stampa di oggi: “Ripartenza, tornano le cene tra amici. Lunedì Conte darà le linee per la fase due”. A chi non manca un parente, un amico, una chiacchiera davanti a buon bicchiere di vino? Spingere quotidianamente sul “tana libera tutti”, quando il virus continua a contagiare migliaia di persone al giorno sembra un atteggiamento poco prudente, soprattutto perché passa il messaggio che ormai il virus è alle spalle e, quindi, tutti potranno tornare alla vita normale. Non è così, purtroppo. Negli ultimi 25 giorni la media di nuovi contagiati quotidiani è stata di 3000 e, anche se aumentano i guariti e diminuiscono i decessi, non sembra ci sia una flessione dell’indice di contagiosità del Covid 19. Certo, oggi i contagi sono stati 2357, quindi meno degli oltre tremila di ieri, ma le oscillazioni di un giorno dicono poco. Già con il lockdown in tanti si sono riversati per strada, uscendo quattro volte al giorno per comprare una zucchina, poi un panino, una birra, un pacchetto di sigarette. I dati sulla mobilità in questo periodo parlano chiaro: il 40% degli italiani si è spostato, nonostante i divieti. E’ da prima di Pasqua che in Italia si fa leva sulla necessità di riaprire gradualmente tutto, mentre in altri Paesi (vedi la Spagna) la ripresa è molto più lenta e anche i media non dedicano pagine e pagine alla possibilità di uscire in coppia, andare a cena dagli amici, pianificare le vacanze o le gite fuori porta per raggiungere la casa al mare.
Purtroppo, con la comparsa del virus in Italia è arrivato anche il “tuttobenismo”: ricordate politici, virologi, amministratori che dicevano che il Covid non sarebbe mai arrivato nel nostro Paese? Ricordate gli aperivirus in Lombardia, le manifestazioni tipo “Milano non si ferma”? C’era la convinzione che andava tutto bene e che non saremmo mai piombati nell’incubo che stava vivendo la Cina. Quella che in tanti definirono poco più di una influenza si è trasformata in un killer violento, che ha ucciso migliaia di persone sopratutto nelle Regioni che oggi, perché tanto va tutto bene, vogliono ripartire al più presto.
E’ vero che siamo fermi da tanto tempo, l’economia sta precipitando e in tanti rischiano di perdere l’azienda, il lavoro in un futuro sempre più incerto. E’ anche vero, però, che se si sbaglia in questa fase le conseguenza saranno catastrofiche, forse più dello stesso virus. Il Paese non può sbagliare, non si può rischiare una retromarcia nel caso in cui i contagi tornino a salire dopo il 4 maggio, ne andrebbe della credibilità del sistema Italia. Se dovessimo fare un passo indietro, Dio non voglia, l’economia italiana andrà in frantumi: gli investitori non avranno fiducia nel Paese, la borsa rischia di sprofondare, lo spread andrebbe alle stelle. Quale investitore, del resto, si fiderebbe del nostro modello se la situazione precipitasse? Senza contare che, in caso di ritorno al lockdown, le misure di contenimento sarebbero molto più dure rispetto alle attuali.
Andrà tutto bene, lo speriamo, ma solo se sull’impulso (più che umano) di tornare alla normalità quanto prima prevalgono ragione e serietà, senza alcuno slogan politico.

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